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Le Rubriche, Time Warp

Della discoteca e del pollo venusiano

02.05.10 | Comment?

di Sara Catenacci,
con un contributo di Emanuele Piccardo.

Non è avvenimento conosciuto ai più, ma il 24 giugno 1968 a San Giovanni Valdarno ci fu un incontro del terzo tipo.Pettena, San Giovanni Valdarno, 1968
Nella più pacifica e ospitale tradizione italiana la delegazione venusiana, atterrata in serata sul tetto del Municipio cittadino, venne accolta e partecipò a un lieto scambio di doni. Da parte loro i venusiani offrivano tipici polli dei loro allevamenti, in puro materiale plastico, mentre la città ricambiava con pollame arrosto. Dal tetto del Comune, scivolando su plastici toboga, scendevano i polli venusiani conditi di vernici multicolori, mentre i polli nostrani, lanciati verso i merli del Municipio, tentavano di raggiungere gli ospiti stranieri.
La generosità toscana in quel caso fallì, poiché nella maggior parte i polli si spappolavano contro le pareti comunali. La trattativa tra i due popoli non andò a buon fine: i cittadini di San Giovanni protestarono, si ricacciarono i venusiani, si riunì la giunta, si aprirono animate discussioni e la sesta edizione del “Premio Masaccio” fu l’ultima.
Perché di una partecipazione artistica si trattava, come quella che, per la stessa occasione, trasfigurò l’edificio comunale, il Palazzo d’Arnolfo, modificandone l’interno e la facciata. I venusiani erano i membri del gruppo fiorentino UFO (Carlo Bachi, Lapo Binazzi, Patrizia Cammeo, Riccardo Foresi, Sandro Gioli, Titti Maschietto), mentre a tramutare in “segnale” il Palazzo comunale era stato Gianni Pettena. Ai dibattiti e alle discussioni, seguite alle proteste della cittadinanza indignata per la “battalgia dei polli”, erano intervenuti intellettuali e critici, tra cui Corrado Maltese, Gillo Dorfles, Lea Vergine, Umberto Eco e Furio Colombo.
Nessuno stupore quindi. L’operazione rientra  - insieme alla polemica suscitata  - tra le numerose performance pubbliche e eventi a carattere teatrale e comportamentale, che si stavano diffondendo in Italia sulla scia delle nuove sperimentazioni artistiche e delle contestazioni politiche e sociali di quegli anni.
La mia curiosità è sorta nel sentire nominare gli UFO e Gianni Pettena come appartenenti a un movimento denominato “architettura radicale”. Con loro venivano nominati anche personaggi come il milanese Ugo La Pietra, che conoscevo per la sua partecipazione a un’altra delle rassegne sperimentali di quegli anni: “Campo Urbano”, che nel 1969 aveva concentrato a Como un considerevole numero di interventi, materiali e immateriali, pensati in dialogo con gli spazi pubblici della città.

pettena_campourbano.jpg

Affascinata dalla definizione e soprattutto dal fatto che si situasse nel campo dell’architettura, ho chiesto a Emanuele Piccardo, che di questo si sta occupando, di spiegare a che cosa ci si riferisce quando si parla di “architettura radicale”:

Ci si riferisce a quel fenomeno attivo dalla metà degli anni Sessanta che si chiamava neo-avanguardia, definito, solo successivamente, da Germano Celant “architettura radicale”. Radicale per l’atteggiamento e il modo di porsi contro la società del consumo e del mercato, proponendo un’alternativa, non è un caso che i componenti del movimento praticassero molti campi laterali all’architettura come l’arte, la musica, la letteratura. Il movimento “radicale” ha iniziato il suo agire occupando le facoltà di architettura nel ‘63 poi, come spesso accade, piacevoli coincidenze hanno contribuito alla formazione culturale dei singoli gruppi o singoli. La Pietra.jpgTra queste la nascita del gruppo letterario ‘63 di cui Edoardo Sanguineti fu uno dei massimi esponenti, la rivista Marcatre, esempio di come si riusciva a diffondere il pensiero critico, oggi completamente assente nella “classe” degli intellettuali.
Radicale, duro, estremo, contro, sono parole che ben definiscono il movimento di cui hanno fatto parte: Archizoom, Superstudio, UFO, 9999, Gianni Pettena, Zziggurat a Firenze, Ugo La Pietra a Milano, Pietro Derossi/Gruppo Strum a Torino e poi altre figure isolate come Riccardo Dalisi a Napoli.

Mi appare allora più chiaro l’inquadramento in un’avanguardia architettonica di questi gruppi. Studenti e quindi laureati in architettura in diversi atenei italiani (Firenze, Milano, Torino), accumunati dalla partecipazione al dibattito culturale, poi politico e sociale, universitario, propongono una figura diversa di architetto. Gli attribuiscono un ruolo positivo, quello di propositore di nuovi assetti sociali, totalmente assorbito in una dimensione intellettuale, che non si limita a utilizzare gli strumenti “del mestiere”, ma lavora per il cambiamento attraverso i mezzi della nuova società.
Immaginario e oggetti del mercato di massa, comunicazione visiva e stampa, interventi (performance e happening), istallazioni effimere e indagini fotografiche sono alcuni degli strumenti che adottano per riappropriarsi dello spazio sociale, e ripensare il suo utilizzo.
Non solo spazio urbano, ma anche quello del “tempo libero”: nascono ristosherwood.jpgluoghi d’incontro e locali multi-evento come lo Space Electronico  (9999) o il Ristorante Sherwood (UFO) a Firenze, la Discoteca Bamba Issa a Forte dei Marmi (UFO) e il Piper di Torino (Strum).
A un rifiuto della tecnica e tecnologia costruttiva corrisponde l’accettazione di una realtà discontinua e in movimento. Non è una visione utopistica della realtà a essere il fine della progettazione, ma “l’architettura radicale capovolge il procedimento: assume l’utopia come dato iniziale del lavoro, e lo svolge realisticamente” (Andrea Branzi, Archizoom Associati).
Questo ripensamento del ruolo dell’architetto e stravolgimento del linguaggio della disciplina avviene in un momento superstudio.JPGin cui tutti i movimenti di avanguardia tentavano di abbattere i confini costruiti tra i diversi settori della creatività (arte, letteratura, poesia, musica, cinema, teatro, danza, etc.). Le collaborazioni e le ibridazioni sono innumerevoli e in molti casi non ci sono soluzioni di continuità che permettano un classico inquadramento da parte della critica. Proprio per le esperienze multiformi sperimentate dai diversi protagonisti.
Si parla di “architettura” e ogni tanto di “design” radicale, ma osservando le realizzazioni dei singoli e dei gruppi citati, le loro partecipazioni in numerose manifestazioni artistiche (dal “Premio Masaccio” alla Biennale di Venezia e altre mostre internazionali), mi è parso tuttavia strano che si sia discusso il loro debito nei confronti delle arti visive, ma non viceversa. pettena_manifesta7-3.jpgEppure alcuni, come Gianni Pettena, vengono chiamati ancora oggi a realizzare progetti per esposizioni artistiche di grande respiro.
Perché allora questa rimozione o comunque mancanza di una seria trattazione da parte di chi si occupa della storia artistica e culturale italiana?

Innanzitutto alcuni dei gruppi più famosi hanno oscurato le ricerche degli altri compagni di strada erigendosi spesso come unici trascinatori del movimento. La ricerca che ho condotto dal 2005-2008 “Dopo la rivoluzione. Azioni e protagonisti dell’architettura radicale italiana 1963-73″ è stata pensata proprio per recuperare il pensiero politico (in senso lato, in quanto espressione di un’idea) di alcuni gruppi come 9999, Ufo o singoli come La Pietra e Pietro Derossi che avevano teorie interessanti al pari di Archizoom e Superstudio. Ma come puoi immaginare, è vincente chi riesce a vendere meglio se stesso a scapito della verità storica. In questo mio progetto attraverso la testimonianza  diretta degli autori ho creato dei ritratti audiovisivi che contestualizzano il periodo storico, sociale e culturale in cui l’architettura radicale ha agito. I confini tra le discipline, per ritornare alla domanda, sono stati sempre labili e 9999, Ufo, La Pietra e Pettena hanno dialogato maggiormente con l’arte e sono diventati essi stessi artisti. Infatti hanno utilizzato per le loro azioni strumenti analoghi all’arte, al concetto di performance e di installazione negli spazi della città.
Il motivo per il quale oggi non si conoscano i loro lavori è imputabile all’assenza di memoria storica e nell’ignoranza di artisti e curatori che spacciano per “nuovi” lavori, neanche re-interpretati, ma copiati dal recente passato. La stessa ignoranza è evidente a livello didattico, soprattutto nelle università dove questi temi non vengono mai trattati nonostante siano molto importanti.

Sul motivo per cui sia importante parlare dei radicali italiani e contestualizzarne adeguatamente il percorso, gli incontri come le contraddizioni, mi vengono in mente parecchie idee. Molte delle quali hanno a che fare con il modo di operare di molti artisti dei nostri giorni.

avl_total-faecal-solution-10.jpg

Questo credo sia però argomento da lasciare alle prossime puntate della rubrica. Nel frattempo chi lo desidera può incominciare a informarsi, a cercare, curiosare e come me chiedere consiglio sul dove e come trovare materiale riguardo il movimento radicale italiano.

Non è semplice, come prima cosa bisogna studiare e cercare libri in biblioteca come un testo fondamentale esito di una tesi di laurea di due architetti torinesi, Bruno Orlandoni e Paola Navone, che la pubblicarono  con Casabella e dal titolo “Architettura Radicale”. Partire da lì e poi leggere le “radical notes” che scriveva Branzi su Casabella diretta da Mendini. Ovviamente le mie interviste ai radicali, il blog architetturaradicale.blogspot.com, dove sto raccogliendo tutti i contributi comprese le pagine del libro che citavo prima.
Insomma bisogna animarsi di pazienza perché è un fenomeno complesso che ha avuto molte relazioni con tanti avvenimenti e per questo motivo non c’è un libro unico, ma diversi come la riviste Marcatre, Casabella, Domus, Architectural Design.

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Emanuele Piccardo - architetto, fotografo, critico di architettura è curatore della rivista digitale di architettura, arti visive e culture Archphoto.it. La sua ricerca si basa sulla definizione di un fabbisogno di architettura nella società contemporanea, attraverso l’organizzazione di workshop e conferenze tematiche itineranti in Italia. Nel 2002 organizza l’evento off “14_02. incontri per l’architettura italiana” in contrapposizione con la Biennale di Architettura di Venezia. Nel 2003 fonda con Luisa Siotto l’associazione culturale “plug_in. laboratorio di architettura e arti multimediali“, diventata nel 2007 casa editrice. Dal 2006, collabora con le pagine culturali di alcuni importanti quotidiani italiani.  Vive e lavora tra Busalla (Genova) e Roma.

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