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Articoli / Articles 2007-09

Pino Pascali fra tre città e un’unica “bolla di sapone”

05.06.08 | Comment?

Pascali, Bachi da setola, 1968

di Giovanna Ficarazzi

Il percorso che qui si intende tracciare si dispiega negli anni Sessanta, fra Roma, Torino e Venezia. Nella capitale italiana, in continuità con il lavoro del gruppo Origine, nel 1960 Jannis Kounellis presenta, salmodiando in toga di carta dipinta nel suo atelier di piazza Firenze, le tele della serie Alfabeti. A Torino, soltanto un anno dopo, Pistoletto con i suoi primi quadri specchianti riscopre un procedimento di Antonio Mancini, che aveva utilizzato uno specchio vero come supporto e sfondo, in Autoritratto nello specchio (1916). Qui le gallerie Sperone, Notizia e Il Punto accolgono le prime sperimentazioni d’arte concettuale, mentre a Roma La Tartaruga, L’Attico e La Salita propongono un’arte più concreta. L’oggettualità segna, infatti, il lavoro artigianale di Ceroli, così come l’attività di Pascali, che nel gennaio del 1965 presenta la sua prima personale alla Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, quest’ultimo una figura chiave per la stagione romana della Scuola di Piazza del Popolo.

Ed ecco chi ci accompagna in questo percorso: il giovane Pino Pascali, giunto da Polignano a Mare sino a Roma per studiare scenografia all’Accademia di Belle Arti con Toti Scialoja. Diplomatosi a pieni voti nel 1959, Pascali per mantenersi inizia da subito a lavorare come grafico pubblicitario, scenografo per la televisione e per alcune case di produzione cinematografiche, fra cui la Rai e la Lodolo e Saraceni Film. Con gli anni Sessanta si apre per lui una decade colma di ricette creative da cui attingere per la produzione dei suoi lavori, raggruppabili in quattro cicli (i pezzi anatomici di donna, le armi, le sculture bianche o “finte sculture” e gli elementi della natura), che nelle loro evidenti differenze formali e stilistiche lasciano trapelare una fortissima omogeneità interna.

Alla prima personale di Pascali è ormai trascorso un anno da quando Rauschenberg ha trionfato alla Biennale di Venezia. “La pop art è sbarcata in laguna”, presentandosi da lì nelle più rinomate gallerie ed esposizioni d’Italia. Immagini made in USA che certamente non lasciano indifferente Pascali, sempre pronto ad accogliere il nuovo per trarne concreti stimoli produttivi. «I luoghi comuni del sesso, della cultura di massa e della nostra stessa storia dell’arte» [Pascali, 1965, in Pino Pascali, 2004, p. 156], conducono l’artista verso nuove ricerche, che si concretizzano nei lavori della serie dei pezzi anatomici di donna, come Omaggio a Billie Holiday. Labbra Rosse (1964). Ma un’arte realizzata negli Stati Uniti poco ha in comune con la produzione di Pino, nato e cresciuto fra tela ed artigianato. «Un artista italiano - dichiara seccamente Pascali in occasione della mostra “Revor1″ a Palermo (1965) - non può essere che un fenomeno isolato di rivolta ad una situazione fantasma di una civiltà fantoccio mummificata ed antistorica». Chiarisce inoltre: «In Europa ai nostri giorni cercare delle situazioni collettive è pura follia e significa usare a modello del proprio sistema storico-critico esperienze e modelli tipici della cultura americana. I pittori americani inseriti in quella società di cui essi stessi sono le vittime e i carnefici sono il risultato storico di un livello tipico di una civiltà tipica che in Italia non esiste» [Pascali, 1965, in D’ARS, maggio-luglio 1969].

Pascali, Cannone Bella CiaoPascali, Labbra

E intanto prosegue la guerra nel Vietnam. Sempre dagli Stati Uniti arrivano nuovi stimoli per la ricerca artistica di Pascali, conducendolo all’esaltazione della resistenza dell’artista di fronte all’ostilità armata. Missile Colomba della pace e Cannone Bella ciao sono due delle armi di Pascali, oggetti inoffensivi ottenuti dal montaggio di elementi di scarto, raccolti fra i rifiuti per le vie di Roma. Ed il gioco si fa serio. Nel 1967 l’artista presenta le sue armi alla galleria Sperone di Torino, in una personale concessagli per intercessione dell’amico Pistoletto. Due mesi dopo Kounellis espone a Roma gabbie d’uccelli vivi. L’utopia di un mondo depurato, che impugni armi inermi, conduce, così, Pascali alla logica poverista di Kounellis, non decontestualizzando, però, il reale all’interno della galleria, ma creando “finte sculture” facenti parte di un’unica “ricostruzione della natura”. In quella grande “bolla di sapone” che è la galleria, come Pascali definisce gli spazi adibiti all’arte [Pascali, in Autoritratto, 1969, p. 132], l’artista presenta un mondo ricostruito, terso e lucente con le sue bianche tele, innalzate su resistenti centine di legno. Un mondo che espone alla Biennale di São Paulo, nel 1967, ma anche alla Biennale di Venezia, nel 1968, in quest’ultima occasione in una propria sala personale presentata da Palma Bucarelli.

In Italia l’uragano del Sessantotto investe strade, piazze e soprattutto le Università dei più grandi poli urbani. Per solidarietà verso gli studenti fiorentini caricati dalla polizia il 30 gennaio in piazza San Marco a Firenze, il 2 febbraio a Roma viene occupata La Sapienza, ma anche la sede d’architettura a Valle Giulia, mentre a Torino gli studenti assediano nuovamente, il 27 febbraio, la sede universitaria di Palazzo Campagna. Il mondo dell’arte, dal canto suo, non rimane a guardare in un angolo la rivolta e la Biennale veneziana viene travolta dai movimenti di ribellione. L’atmosfera esplode nei giorni della Vernice, tra il 18 e il 20 giugno, in una serie di tafferugli fra le forze dell’ordine e un gruppo di circa un centinaio di dimostranti, tra i quali alcuni artisti italiani e stranieri capeggiati dal pittore Vedova e dal musicista Nono. Partiti dall’Accademia di Belle Arti, occupata da circa quattro mesi, i dimostranti portano la loro protesta fin in piazza San Marco, dove li attendono carabinieri e polizia, mentre tutti i caffè e negozi prontamente serrano le loro saracinesche. Pascali sceglie di non scendere in piazza, rifiutando di aderire alla protesta, solo con Novelli e Perilli. Per la Biennale veneziana aveva lavorato con costanza, investendo tutte le sue energie in un’attività frenetica nei mesi precedenti l’esposizione, in un immenso garage affollato di oggetti raccattati ovunque. Sforzo che l’artista non è disposto a dimenticare rinunciando ad esporre per la prima volta le sue opere in una sala personale del Padiglione della Biennale.

Ma giunge l’11 settembre 1968 e al ragazzo italiano che gridò “pace” con il proprio missile, che ricostruì un mondo dove la violenza si concretizzò soltanto per gioco all’interno di teatrini colorati, viene sottratta per sempre la sua grande “bolla di sapone”. La corsa termina lungo il Muro Torto a Roma, mentre Venezia continua ad esporre ancora per qualche giorno il suo mondo immacolato.

Da allora a Torino non si può che sorridere ricordando i sui ingenui cannoni puntati sulla città.

 

Mini-bibliografia:

C. Lonzi, Autoritratto, De Donato editore, Bari, 1969
Pino Pascali, a cura di Achille Bonito Oliva, Angela Tecce, Livia Velani, catalogo della mostra Pino Pascali, Napoli, Castel Sant’Elmo, 7 maggio - 18 Luglio 2004, Electa, Napoli, 2004
Pino Pascali. Il mare ecc., a cura di Maria Vittoria Marini Clarelli e Livia Velani, catalogo della mostra Pino Pascali. Il mare ecc., Galleria d’Arte Moderna, Roma, 15 Ottobre - 27 Novembre 2005, Mondadori Electa, Milano, 2005
A.Boatto, Pop Art, Editori Laterza, Bari, 2005
F.Mauri, Nel 1960 gli anni 50 avevano 10 anni, in “Flash Art”, n.266,Ottobre-Novembre 2007

Sitografia:

Palazzo Pino Pascali - Museo di arte contemporanea, Polignano a Mare: http://www.palazzopinopascali.it/index.php

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