
I film visti giovedì 2 settembre 2010:
Noruwei no mori (Norwegian Wood) *, di Tran Anh Hung: è un film porno all’incontrario. Nei porno, tutti trombano e ci si diverte. Qui, la trombata scatta a fatica (lei frigida, lui timido) e ci si annoia a morte. La splendida tavolozza di colori orchestrata dal direttore della fotografia Pin Bing Lee non basta.
La pecora nera ***, di Ascanio Celestini: troppe aspettative rischiano di soffocare questo film delicato sulla poesia della follia. Non è un film apertamente politico, né un nuovo caso Accattone, ma è ben scritto e ben congegnato. Forse è troppo verboso, ma sbroccare per l’insistenza della voce narrante significa, in fondo, essere entrati in empatia col film.
Happy Few *, di Antony Cordier: fischiato in sala, non si capisce se il film sia una commedia che non fa ridere o un dramma involontariamente comico. Il tono è tutto sbagliato, lo sviluppo del quadrangolo amoroso prevedibile, l’uso della simbologia e delle citazioni greve. E, in fondo, è un film moralista, perché vorrebbe parlare di sesso disinvoltamente ma poi, per evitare la censura, non ci fa vedere, letteralmente, un cazzo.
Vittorio racconta Gassman. Una vita da mattatore ****, di Giancarlo Scarchilli: quest’omaggio a Gassman è sentito, commovente e interessante. Ottimo il recupero dei materiali d’archivio, semplice e lineare la ricostruzione della vita e della carriera, affidata tanto alle parole del figlio Alessandro quanto ai racconti di Vittorio stesso. Imperdibili e preziose le immagini del periodo del Teatro Popolare Italiano, la pagina meno nota ma più coraggiosa della vita del Mattatore.
Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra *, di Elisabetta Sgarbi: un viaggio lungo lo Stivale per cercare invano la risposta alla domanda: “Che cos’è la cultura (italiana)”? Intervistando filosofi, artisti e gente comune, la Sgarbi tenta un aggiornamento in chiave “alta” dei Comizi d’amore pasoliniani, ma su tutto aleggia un’aria snob da salottino borghese. Inoltre, i materiali sono mal girati e mal montati, e gli intervistatori, fastidiosamente in campo, coprono spesso con mani, microfoni e teste gli intervistati.