Cari amici, ascoltatori e collaboratori,
scrivo per annunciare ciò che in realtà tutti sappiamo da molto tempo: Rapporto Confidenziale ha chiuso i battenti.

Il mio trasferimento da Venezia a Roma e poi a Londra per motivi di studio ha reso dapprima difficile e poi impossibile la realizzazione di nuove puntate del programma.

Voglio ringraziare tutti gli ospiti che hanno messo a nostra disposizione il loro tempo e le loro competenze: se Rapporto Confidenziale ha avuto successo “di pubblico e di critica” (proprio come un buon film) è principalmente merito delle voci che da tutta Italia si sono alternate ai nostri microfoni, ai nostri telefoni e ai nostri account skype (santo subito!).

Un grazie particolare a Massimo Benvegnù, che da Amsterdam ha saputo essere presente sempre e comunque.

L’avventura di Rapporto Confidenziale è iniziata sotto una pioggia torrenziale, che ha allagato Venezia ed inzuppato me e Silvia Tozzato mentre ci dirigevamo verso gli studi per registrare la sigla di apertura - e si è conclusa in un limpido pomeriggio di fine ottobre, con la messa in onda della quindicesima puntata.

I contatti, i download, i commenti e gli apprezzamenti nell’arco di quest’anno e mezzo sono stati veramente moltissimi: un grazie a tutti voi che ci avete ascoltato, stimolato e anche criticato.

Rapporto Confidenziale sarà presente in via ufficiosa alla Mostra del Cinema: resteremo in contatto tramite le nostre pagine di Facebook (sono due: questa e questa) e tramite questo blog.

Presto, un indice dettagliato consentirà la navigazione facile e veloce delle nostre puntate.

Un abbraccio a tutti,
pateticamente in slow motion.

Marco Duse

Rapporto Confidenziale: il cinema a portata d’orecchio incontra il regista Peter Greenaway.
Greenaway, presente a Venezia per partecipare al convegno Far comprendere, far vedere, organizzato dal Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università Ca’ Foscari, ci parla delle sue ricerche in campo multimediale, delle sue ultime produzioni a cavallo fra cinema e arti visive.

Nella fase più recente della sua carriera, infatti, il regista ha realizzato una serie di installazioni artistiche, chiamate “Illuminazioni”, che consistono in proiezioni luminose operate direttamente su alcuni dei quadri più famosi dell’arte occidentale: La Ronda di notte di Rembrandt, L’ultima cena di Leonardo Da Vinci, Le nozze di Cana del Veronese. Con queste proiezioni, che illuminano sezioni ragionate dei quadri in questione, il regista interviene a guidare lo sguardo dello spettatore, a svelare i segreti della composizione dell’opera, a mettere in luce i legami fra contenuto e forma, alla ricerca di una possibile interazione fra arti figurative e cinema.

La puntata si apre con l’introduzione all’opera del regista da parte di Domenico De Gaetano, direttore artistico dell’Associazione Culturale Volumina (editrice dei preziosi libri firmati da Greenaway) e autore del saggio Peter Greenaway. Film, video, installazioni (Lindau).
Segue un lungo estratto dall’intervento tenuto da Peter Greenaway nell’ambito del convegno Far comprendere, far vedere.
In chiusura, un’intervista esclusiva rilasciata dal regista a Rapporto Confidenziale.

Ascolta la puntata:

 
icon for podpress  Standard Podcast [59:43m]: Play Now | Play in Popup | Download (147)

Segui la traduzione dell’intervento di Peter Greenaway (clicca per espandere):

Read the rest of this entry »

Rapporto Confidenziale: il cinema a portata d’orecchio torna in onda per la seconda stagione con una puntata dedicata alla Mostra del Cinema di Venezia.

 
icon for podpress  Standard Podcast [59:02m]: Play Now | Play in Popup | Download (123)

Abbiamo intitolato questa puntata “Il bello, il brutto e il carino” per parlare dei tre film simbolo di questa mostra. Il bello è Post Mortem di Pablo Larraìn, film in vetta al gradimento della critica ma completamente ignorato dalla giuria del festival. Il brutto, secondo il parere di molti ma non del nostro ospite, è Promises Written in Water di Vincent Gallo, forse il film più detestato della Mostra; mentre “carino” è stato l’aggettivo più utilizzato per definire, e in parte denigrare, Somewhere di Sofia Coppola, film che poi ha vinto il Leone d’Oro.

Parleremo di questi film con i nostri ospiti Roberto Pugliese, Simone Emiliani e Maria Francesca Genovese non prima di aver fatto un’analisi generale della Mostra di quest’anno col nostre ospite fisso, che torna anche per questa stagione, Massimo Benvegnù.

Read the rest of this entry »

I film visti sabato 11 settembre 2010:

The Tempest *, di Julie Taymor: Julie Taymor è una pasticcera pasticciona del cinema, esagera con effettacci retrò (di quelli brutti, però!) e ha l’ardire di pensare che basti trasformare Prospero in Prospera per sollevare l’ormai vetusta questione femminile. La sua Tempesta è un vero naufragio culturale, che spaccia per innovativo un immaginario banalmente postmoderno ed è, a conti fatti, irrispettoso dell’opera di Shakespeare. Si salvano solo i titoli di coda, con l’ipnotica e struggente Coda cantata da Beth Gibbons.

Sei Venezia ****, di Carlo Mazzacurati: il regista sceglie sei veneziani qualunque e, senza mai rivolgere loro la domanda: “Cos’è per te Venezia”, li spinge a raccontarsi. Dai loro racconti emergono la storia e la vita della città lagunare. Intenso, poetico, divertente, a tratti intimamente neorealista, ha il pregio di evitare tutti i luoghi comuni su Venezia per entrare nel cuore pulsante della città: i suoi abitanti, la vita quotidiana, i rapporti tra l’isola (le isole) e il resto del mondo. Commovente.

I film visti venerdì 10 settembre 2010:

Drei ***, di Tom Tykwer: fedele al suo titolo, racconta le vicende di un menage a trois con una perfetta caratterizzazione dei personaggi, senza un filo di moralismo, affrontando la malattia, il tradimento, la trasgressione sessuale con tono drammatico ma mai cupo ed alleggerito da azzeccate aperture alla commedia. Qualche sperimentalismo visivo di troppo (certi split screen e picture in picture che ricordano il Peter Greenaway più pedante), ma un film onesto, coraggioso e per nulla manicheo.

Barney’s Version ***, di Richard J. Lewis: solido e scorrevole, sorretto da un’ottimo Paul Giamatti, il film di Lewis non ha l’aria di un film “da concorso” (è troppo leccato e pulitino), eppure tratta temi alti come la memoria, il rimorso, l’impulsività travolgente dei sentimenti. Di incredibile spontaneità la performance di Dustin Hoffman, assente dal Lido.

That Girl in Yellow Boots ***, di Anurag Kashyap: girato in un digitale sgranato e sporco, il film narra la discesa agli inferi di una ragazza inglese in cerca del padre in India. Senza eccedere, la sceneggiatura cala la protagonista in un vortice sempre più stringente di perversioni e criminalità, e la osserva con la spietatezza di uno sguardo distaccato che riesce, paradossalmente, a creare nello spettatore empatia e partecipazione.

Dharma Guns *, di F.J. Ossang: ma anche no.

Dai nostri inviati. La RAI racconta la Mostra del cinema 1954-1976 ***, di Giuseppe Giannotti e Enrico Salvatori: un’appassionata ed appassionante ricerca fra le impolverate teche RAI delle dirette e dei servizi realizzati alla Mostra nei primi anni della TV. La sfilata di divi, intellettuali e vedette è scandita cronologicamente e con passo spedito, e la contestazione del ‘67, con la quale il documentario si chiude, pare (così com’è stato) un fulmine a ciel sereno. Emozionante rivedere il Bellocchio degli esordi, una Magnani emozionata prima dell’ingresso in sala, e un giovanissimo Tarkovskij che stringe il premio per L’infanzia di Ivan.

Dante Ferretti: Production Designer *, di Gianfranco Giagni: questo documentario manca il suo obiettivo principale, quello cioè di farci entrare in contatto con il genio di Ferretti. Le poche interviste sono mal raccolte e mal montate, non si vede mai l’artista al lavoro, spesso i materiali sbandano verso l’agiogafria acritica ed alcune digressioni, come gli autoelogi della Fendi, sono decisamente fuori luogo.

News From Nowhere **, di Paul Morrissey: dopo vent’anni di silenzio, Morrissey torna con un film che pare uscire direttamente dall’estetica della factory warholiana. Manca un divo statuario come Joe Dallesandro, ma al protagonista del film viene riservato il medesimo ruolo di anti-eroe che non ha nulla da perdere. Girato in modo “domestico”, dichiara con orgoglio tutta la sua indipendenza.