
“Mi ricordo che all’età di circa sedici anni mi ero comperato, dopo aver convinto mia madre, una chitarra elettrica (una Framus, allora una delle migliori) con quegli assurdi amplificatori Davoli (specie di cassette da frutta […]). M’aggregai a un gruppo di ragazzi genovesi che faceva jazz comperandomi pure dei plettri di gomma con l’intento d’imitare le sonorità di Jim Hall (il mio chitarrista preferito) […] La musica mi sedusse un po’ alla volta, come una troia prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzie e pian piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio. Ma la musica fu anche una necessità. Nella mia famiglia tutti si esprimevano in modo non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno: l’avvocatura, il management, la politica, l’insegnamento. Io non ero capace di esprimermi a quei livelli, con quel misto di vocazione e, si dice oggi, di professionalità […] Il canto deve in qualche maniera avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica cantata ch’era di far guarire le persone. Quindi deve emozionare e un certo timbro, un certo tono di voce, può essere emozionante, può essere evocativo, può far immaginare di più di un tono piatto, di un timbro metallico. La mia voce poteva essere una voce da sciamano, tanto per farmi capire, dunque mi ha aiutato moltissimo. Che talvolta poi ne abbia approfittato anche in maniera sgradevole questo è altrettanto vero, nel senso che ho esagerato col colorire con note basse dove non ce n’era assolutamente bisogno, proprio per narcisismo, per far sentire proprio queste basse, per sedurre (soprattutto me stesso).[…] penso che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare delle strade da seguire, dei codici di comportamento […] ed è l’unico motivo che mi fa pensare che questo possa anche essere un mestiere serio.”
Le parole spese nella monografia su De Andrè sembravano lampi di luce intermittente pronti ad accendere una Venezia grigia e prigioniera dell’acqua. Ci scusiamo per l’inesperienza tecnica che ci ha portato a ben tre false partenze della nostra puntata numero 5! A noi non piace stilare classifiche ma Faber (il soprannome di Fabrizio) di certo meriterebbe una collocazione nei primi posti.
Compare finalmente anche sul blog il podcast della puntata.
La tracklist:
- Bocca di rosa - Preghiera in Gennaio - La canzone dell’amore perduto (live) - Nancy - Via del campo (live) - Giovanna D’Arco - La ballata dell’amore cieco (o della vanità) - Hotel Supramonte - Andrea - Volta la carta (live)
“Ho sempre dato molto poco peso alla virtù e non ho capito bene perchè si debba trovare tanta colpa nell’errore. Anche perchè non sono ancora riuscito a capire dopo cinquant’anni di vita, cosa sia esattamente la virtù e cosa corrisponda all’errore. Dire, quindi, che non ho nessuna verità assoluta e mi trovo quindi nell’impossibilità di consegnare a me stesso e a voi qualsiasi tipo di certezza. L’unica cosa che spero, è potervi dare qualche piccola emozione”
Fabrizio De Andrè




