Dec 19

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“Mi ricordo che all’età di circa sedici anni mi ero comperato, dopo aver convinto mia madre, una chitarra elettrica (una Framus, allora una delle migliori) con quegli assurdi amplificatori Davoli (specie di cassette da frutta […]). M’aggregai a un gruppo di ragazzi genovesi che faceva jazz comperandomi pure dei plettri di gomma con l’intento d’imitare le sonorità di Jim Hall (il mio chitarrista preferito) […] La musica mi sedusse un po’ alla volta, come una troia prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzie e pian piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio. Ma la musica fu anche una necessità. Nella mia famiglia tutti si esprimevano in modo non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno: l’avvocatura, il management, la politica, l’insegnamento. Io non ero capace di esprimermi a quei livelli, con quel misto di vocazione e, si dice oggi, di professionalità […]  Il canto deve in qualche maniera avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica cantata ch’era di far guarire le persone. Quindi deve emozionare e un certo timbro, un certo tono di voce, può essere emozionante, può essere evocativo, può far immaginare di più di un tono piatto, di un timbro metallico. La mia voce poteva essere una voce da sciamano, tanto per farmi capire, dunque mi ha aiutato moltissimo. Che talvolta poi ne abbia approfittato anche in maniera sgradevole questo è altrettanto vero, nel senso che ho esagerato col colorire con note basse dove non ce n’era assolutamente bisogno, proprio per narcisismo, per far sentire proprio queste basse, per sedurre (soprattutto me stesso).[…] penso che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare delle strade da seguire, dei codici di comportamento […] ed è l’unico motivo che mi fa pensare che questo possa anche essere un mestiere serio.”





Le parole spese nella monografia su De Andrè sembravano lampi di luce intermittente pronti ad accendere una Venezia grigia e prigioniera dell’acqua. Ci scusiamo per l’inesperienza tecnica che ci ha portato a ben tre false partenze della nostra puntata numero 5! A noi non piace stilare classifiche ma Faber (il soprannome di Fabrizio) di certo meriterebbe una collocazione nei primi posti.


Compare finalmente anche sul blog il podcast della puntata. 

La tracklist:


- Bocca di rosa - Preghiera in Gennaio - La canzone dell’amore perduto (live) - Nancy - Via del campo (live) - Giovanna D’Arco - La ballata dell’amore cieco (o della vanità) - Hotel Supramonte - Andrea - Volta la carta (live) 



“Ho sempre dato molto poco peso alla virtù e non ho capito bene perchè si debba trovare tanta colpa nell’errore. Anche perchè non sono ancora riuscito a capire dopo cinquant’anni di vita, cosa sia esattamente la virtù e cosa corrisponda all’errore. Dire, quindi, che non ho nessuna verità assoluta e mi trovo quindi nell’impossibilità di consegnare a me stesso e a voi qualsiasi tipo di certezza. L’unica cosa che spero, è potervi dare qualche piccola emozione” 


Fabrizio De Andrè     Image Hosted by ImageShack.us        Image Hosted by ImageShack.us 

 
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Dec 11

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Massimo è considerato un po’ il capitano di questo programma.E’ uno dei pochi autori della musica italiana a lavorare assiduamente con le parole, andando a cercare figure retoriche, sonorità, aggettivazioni e rime mai banali.Oggi non sempre i giovani riescono a distinguere un pezzo buono da uno mediocre.


Massimo Bubola è un cantautore che forse i discografici non sono riusciti fino ad ora a valorizzare. Ci abbiamo pensato noi:-) Molti forse lo conoscono soltanto per la celebre “Il cielo d’Irlanda” interpretata da Fiorella Mannoia o per aver aver contribuito ad elevare la qualità delle canzoni di Fabrizio De Andrè. Andatevi ad ascoltare gli album Rimini e L’indiano e fateci sapere. Massimo è riuscito a far coincidere linguaggio poetico e musica rock come nessun altro nel nostro paese.Considera la scrittura della canzone più difficile della poesia, un atto di umiltà nei confronti di quella singola traccia che scrivendo lasci di te. Ci ha insegnato che non può essere poetica solo una bella frase, ma anche una storia. Che un buon interprete è anche un autore, che il linguaggio semplice è quello più vincente ed elegante e che la scrittura necessita di uno specifico lavoro come è per esempio l’artigianato.


Alla prossima monografia! 


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Dec 3




Avere un programma in cui dire la propria opinione, pensare, informarsi riguardo ad un tema, parlare e stare con gli altri…tutto questo non è un sogno, ma una splendida realtà, unica nel suo genere.


Venerdì 28 Novembre 2008 abbiamo dato la prima prova di forza. Per la prima volta un gruppo nuovo si cimentava nel radiopostiglio, il prezioso piccolo spazio dal quale trasmettiamo.  Abbiamo avuto dei problemi tecnici e la puntata monografica su Samuele Bersani non è stata salvata in podcast. Ve la riproporremmo nuova non appena sarà possibile registrare.




Detto ciò vi invitiamo a seguirci in diretta ogni venerdì alle 18 ed in replica alle 23! Entrerete nel caldo mondo della musica italiana, tra parole preziose da ricordare ed emozioni da vivere assieme.


Un ringraziamento ad Antonio per aver tempestivamente aperto questo blog ed a Pietro per i preziosi maschi consigli. Un “give me five” a tutto lo staff: Chiara, Valentina, Manuel.


Alessandro.




In podcast la puntata del venerdì precedente con la monografia dedicata al grande Lucio Battisti!


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