PLAYLIST 26 FEBBRAIO 2010

- Gil Scott Heron – Me and the devil
- Tindersticks- Peanuts
- Massive Attack-Splitting the atom
- Kasabian- Vlad the impaler
- Pixies- Crackity Jones
- Coco Rosie- Terrible angel
- Baustelle -Alfredo
- Leggins- Ashes



Metti un batterista “fuori uso”, sostituito da un bravo turnista.Metti un Pizzorno, cialtrone quanto basta per dare alla vena rock una piacevole imperfezione.Metti un Meighan ai massimi livelli.Tantissime donne, pubblico di età variegata, si sente il nervosismo nell’attesa dell’inizio.Quattordici canzoni, concerto che parte in sordina con Julie & The Mothman, sale con Underdog, scava con Where did all the love go.Il pubblico del sold out non tradisce la band, la accompagna e canta. C’è un esercito di fan della prima ora, accompagnato da una gremita schiera di orfani degli Oasis in cerca di autore.
Shoot the runner, Processed Beats, Thick As Thieves si susseguono tra i bicchieri che, insieme alla musica, trasformano una fredda sera d’inverno in un bellissimo calore “da club”. Take aim, Stuntman, Empire buone, Fire e Fast Fuse piatti opposti di una bilancia che ritrova un (altissimo) equilibrio in Club foot.Tempo per un break, mentre tutti sanno che manca ancora qualcosa. E la breve attesa è premiata da una straordinaria Vlad The Impaler, in attesa dei titoli di coda di una LSF che precede un lungo momento di chill-out, prima dell’esplosione del diabolico duo Gain On Rock a far ruotare di 90 gradi le facce del pubblico verso la console, per esaurire il sudore non ancora versato. Se chi ci ha “abituati bene” ad un certo tipo di sound ha dato ciò che poteva e non ci dà garanzie, abbiamo una buona assicurazione sul futuro grazie ai Kasabian, i quali in un club di dimensioni medie, seppur con un palco relativamente piccolo, orfani di cori e fronzoli da “grandi occasioni”, convincono per quello che fanno sul palco più che nel bisticciare della vita, e la quantità di donne in attesa al tour bus contribuisce anch’essa alle scommesse di consacrazione nell’immaginario di quell’<<e adesso?>> che ha angosciato i “nipoti” di Manchester a fine estate. Fossimo alle elementari, punti esclamativi e sottolineature si sprecherebbero. Ma siamo all’Università del Rock, e il docente è convinto quando stringe la mano e sorride agli allievi.
Marco “Momo” Bernar
foto by Ambra Rebecchi
foto by Dinetta
Il duo cialtrone di casa Riotmaker vola oltre oceano per riscaldare i club della california!Ecco qui il flyer di annuncio!
Portate in alto i nostri colori ragazzi!Vi aspettiamo al ritorno per un dettagliato report!!!


I Grizzly Bear chiudono baracca e burattini, salutano la primordiale Yellow House (dimora dellamadre di Edward Droste - voce della band -, nonché studio di registrazione per il loro primo disco, da cui questo prende titolo) e si dirigono invece verso la più sofisticata Glen Tonche house.È infatti qui che il nuovo album prende forma: negli studi di una tenuta immersa nel verde, a nord di New York, dove i 4 possono registrare e dimenticare la noia, trovando ispirazione nei paesaggi che si svelano dietro le alte vetrate della villa.Il risultato è Veckatimest: prati all’inglese in cui i Beach Boys sorseggiano cocktail accompagnatida dolci pulzelle mentre gli Animal Collective siedono su una panchina, stralunati, colpiti dallefrecce di cupido.Ce n’è per tutti i gusti: l’allegria ondeggiante (e molto pop) di Two Weeks; la romantica ballata All We Ask (5 stelle all’elegante tocco di batteria ma zero spaccato all’irritante coro finale); la trasognante Ready, Able, ricamata da suoni sintetici e dagli arrangiamenti degli archi di Nico Muhly; la conclusiva malinconia di Foreground, un pianoforte e voce che rubano timidezza ad Anthony and the Johnson.
Nonostante il missaggio finale di Gareth Jones (già collaboratore di Interpol, Liars ed Einstürzende Neubauten), il tentativo di crescita ci regala sì melodie pulite e amabili ma vuote di istinto.Lo stile è sempre quello ma questa volta i pezzi sono più studiati e i suoni, troppo equilibrati, non lasciano volontariamente spazio alla spontaneità ed alle campiture presenti nel precedente lavoro. Come dire: il parquet pulito ed impeccabile della Glen Tonche contro le adorabili mattonellesbeccate della “casa gialla”. Anche se impostato, l’album ci trasporta davvero su una piccola isola disabitata (per l’appunto Veckatimest) regalandoci delle cuffie che, per quasi un’ora, ci separano da tutto e tutti in compagnia di una musica piacevole. Malgrado i difetti piace, e molto.