PIU’ SANGUE, MENO FREDDO!
Volo subito alla traccia numero tre, il primo singolo.
SBAM!
Le note fanno quasi esplodere le piccole casse nascoste del computer. Si gonfiano con la violenza dell’indignazione, la voce di tanti ideali bagnati e lasciati al freddo. Ci scrivono sopra una canzone, Il Teatro degli orrori, perchè ben consapevoli. Avvezzi alle ombre.
Quest’uomo mi chiede se mi ricordo di Ken Saro Wiwa. Nessuna idea di chi sia, no. Lui racconta. Mi dice che l’hanno ammazzato, davanti a tutti, e che lui no, non si arrende, come Saro Wiwa, morto per aver troppo lottato ed essere stato per questo amato, troppo. Niente di Truman Capote in questa “A sangue freddo”. Molto di più, un’altra prospettiva: il terribile assassinio “legale” di Saro Wiwa ci deve toccare, dice la voce (dannatamente pacata, penetrante) perchè anche se non ci riesce spontaneo identificarci in lui, come hanno fatto tutti gli americani con la famiglia Clutter del romanzo di Capote, Saro Wiwa era un uomo. Nigeriano. Quante immagini accorrono al pensiero di cosa sia l’immensa Nigeria, probabilmente nessuna vicina alla realtà. Si può capire cosa significhi agire come ha agito lui, sfidare i giganti? Allora leggete i suoi versi. Allora ascoltate questa canzone.
Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
(…)
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
(…)
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.
(Ken Saro Wiwa, La vera prigione)
Daccapo. Traccia numero uno.
Nel rumore quieto della notte, la stanchezza e il brandy. Sono le quattro del mattino. Lui aspetta. Che tenerezza infinita nelle sue parole. E quella voce, prima tanto aspra, invoca la presenza di lei, che trasforma l’angoscia nella levità di una carezza. L’innamorato inquieto che si giustifica: “Si leggono cose terribili nei giornali”. Ma le sue paure, lo sa, non son giustificate. L’amore non ha causa, non risulta da alcuna spiegazione. Mi faccio accarezzare dalle sue parole, dal mio stesso stupore di fronte a un sentimento così ben espresso da un uomo. Si, mi stupisce.
E poi viene lei. Due. La tenerezza se n’è andata. Le sue fragilità messe in mostra, e lui è tornato cattivo. Ahi. Come fa male sentire tutte le frasi sciocche e le illusioni, portate alla luce del sole. Non ha pietà per le nostre debolezze. Ed è così, tutto il resto dell’album. Prendi la banalità, le più fastidiose ovvietà, sei già stanco di sentirle. E ora gioca. Urlate, ripetute, trasformate in una danza purificatrice. Cattivi, beffardi. Mai dire mai, Il terzo mondo, Padre nostro, Alt!, e ancora È colpa mia, Direzioni diverse: la fiera del luogo comune, il potlac di tutti i significati logori. In alcuni luoghi questo attacco frontale al linguaggio comune e alla chiacchiera sembra fine a se stesso, nichilismo anche musicale, caos distruttore. Ma a tratti il rumore si acquieta in melodie gonfie di futuro, nell’immaginato e sperato “è un mondo diverso che voglio, senza nè despoti nè preti, più giusto e libero se vuoi, dove abbracciare il sole, il mare, la terra, l’amore”. Mi faccio incantare dall’espressività così piena di Majakovskij, la poesia ancora una volta esplode e moltiplica in potenza grazie all’incontro degli strumenti.
Quattro. Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.
Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
(…)
Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!
(…)
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?
(Vladimir Majakovskij, All’amato me stesso)
Ogni parola acquista in profondità. Le parole. Tutta la poesia che hanno saputo mettere insieme, questo continua a girarmi in testa, dopo il primo ascolto. Il suono così ben costruito ha illuminato ogni frase. Le parole sono quello che resta. Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro, la qualità evidente, il potenziale già in atto e quest’album si difende da sè.
Camilla-





















La musica scandinava si divide in due filoni, come d’altra parte capita in tutti gli altri campi della vita. Ci sono i tristi introspettivi introversi acculturati sfigati e complessi (Sigur Ros, i primi Mùm, Kings of Convenience, Bjork) e, contrapposti a questi, ci sono i più allegri, i ragazzi del loro tempo, i creativi, quelli capaci di cavalcare onde e dancefloors (The Knife, Royksopp, Lindstrøm).Perfettamente a metà si possono piazzare i nostri

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È proprio con una di queste, l’incantevole “Year Zero”, che si è aperto il concerto. Sin dai primi istanti ci si è resi conto di aver di fronte una band capace di agire e muoversi come un’unica entità, crescendo e decrescendo d’intensità senza strappi, riuscendo a improvvisare ma sempre nello schema della canzone, divertendo quindi ma divertendosi. Il tutto piace eccome.Con la successiva “Sideway Spiral II”, pescata Angels and Demon at Play (1997), si prosegue con un altro grande pezzo capace di scaldare e animare le prime file. Emozionante poco dopo l’introduzione d’archi di “Bedroom Eyes”, opening track di Phanerothyme (2001), una delle canzoni preferite da chi scrive e dalla maggior parte dei presenti.L’esibizione scorre così piacevole fra jam psichedelici, canzoni rock tirate e trascinanti (“Like Always”, “You Lied” con grande partecipazione del pubblico) alternate da piccole ballate. Dopo una strepitosa e dilatatissima “Taifun”, saggiamente presa da uno dei lavori migliori del gruppo Trust Us (1998) si rifiata con “Cornucopia“, chiudendo così la prima parte del concerto.A questo punto, al rientro del gruppo, si raggiunge il momento più ispirato e ipnotico dell’intero concerto, uno dei momenti “in musica” migliori della mia esistenza, una di quelle cose che rinconciliano con l’arte (cit.) e con il genere umano. La riproposizione della seconda parte della suite che apre Little Lucid Moment (2008) è stato un assalto frontale a timpani e cuore; Sæther e Ryan, quand’anche ce ne fosse bisogno, hanno dimostrato di essere due enormi musicisti. Coadiuvati alla batteria da quella forza della natura di Kenneth Kapstad, dilatando, loopando e pestando come dannati ci hanno grazieaddio scaraventato contro l’enorme muro di suono nato dalla somma di “Hallucifuge” e “The Alchimyst” per un totale di 20 minuti di suono fragoroso e continuo.Storditi e sbalorditi abbiamo visto per la seconda volta la band uscire salutando, ignari di quanto ancora ci aspettava. Dopo pochi minuti infatti i tre sono rispuntati e imbracciate le chitarre hanno proposto la loro canzone manifesto, la canzone eletta dalla radio nazionale norvegese la “canzone del millennio” e suonata ininterrottamente da mezzogiorno del 31/12/1999 fino a mezzogiorno del primo giorno del nuovo anno. La splendida “Vortex Surfer”, fino a quel momento mai suonata nel corso del tour. Il sommarsi di questi piccole chicche, unita all’entusiasmo della performance, ha reso i nove minuti della canzone un momento enorme per tutti i presenti, in particolare per quei trentenni che con gli occhi chiusi, sgualcendosi a vicenda le sudatissime maglie del gruppo, hanno visto ripagata la loro ennesima prova d’amore.Cosa hanno fatto i Motorpsycho oltre a scegliere un nome strepitoso? Hanno saputo allevare ed educare alla musica una fetta di adolescenti oggi quasi uomini, hanno saldato negli anni un rapporto speciale, quello fra idoli e idolatrati, fra cultore e artista di nicchia, una relazione rara oggi.I Motorpsycho hanno guadagnato stima e considerazione, senza concedersi mai allo stucchevole o al ruffiano. I loro primi vent’anni da gruppo sono quindi soprattutto questo e noi li si ringrazia di cuore.
Seconda serata della
Il live corre, scuote, fa shakerare i cooli, gli 